Ave atque vale

Trasudo recrudescenze ignobili, dall'impietoso raggio del malvisto.  
Mi esonera dal mondo un dolore sordo inappagato, ma non mi sento libera di odiare né di ripercorrere a vuoto il travaglio più infecondo.
Affanni creano filtri che alterano i gesti, tristezze inappetibili che frustrano anche il bene;
da un nulla ostile, frecce d'assoluto lapidano i miei propositi di pace.



Configurando ponti dall'eterno
tra un dio perduto e un altro mai cercato
egli profuse slanci ed intenzioni
a lungo raggio, a solida maestranza
celando dei suoi vuoti intenti l'ombra
in sane e irremovibili certezze
nel suo intrigante circo di Guascogna

Dopo una luna e mezza di apparenze
tradita dalle mie stesse afflizioni
io mi stordisco di preghiere mute
di piccoli rimedi allo sfacelo
dell'ultima lusinga defraudata
e poi mi pento ~ sì! ~ di aver ceduto
all'atea povertà dei miei deliri.

Ma, pur se a stento in piedi, ora risolvo:  
chi rapido svanì non è il suo passo
tra gli orli di un sipario insonnolito;
chi fuse nell'incongruo la vendetta
non è il suo inane orgoglio fiammeggiante;
chi più ha perduto, no, non sono io
ma il cuore suo spergiuro e malandato.