SPES REGALIS (fuori concorso)

 

Fig. 1: Il Rebis Androgino o Coscienza del Sé (Rosarium Philosophorum, sec. XIII).

 

 

 

 

 

 


Conosci te stesso
Delfi
, VI secolo a.C Tempio di Apollo, dio della Luce
 
 
 


Introduzione
Un incontro inaspettato e rivelatore, in un contesto contemplativo e inconsueto, lontano dalle ordinarie parodie di esistenza. Una non-storia piena d'amore puro all'insegna della scoperta di sé, al limite dell'esaltazione psichica, della visione mistica.
 
Durante un ritiro di meditazione, occhi senza età offrono spunti di autoanalisi, il silenzio ingigantisce le ombre ma anche la luce, l'apparente deconcentrazione provocata da cenni e illusioni di cenni rivela la via dell'attenzione, il ribelle si aggrappa inaspettatamente alla disciplina e si salva.

Senza mai dirselo né desiderare di dirselo, due esseri umani si fondono in un solo cuore, quello di chi scrive, risvegliando atmosfere intangibili ma vere, condividendo il ricordo di atti mai compiuti, liquide scintille amanti d'altri mondi.
Un'esperienza senza tempo e senza spazio, che si compie-non-compie in un altrove di spirito e di fuoco.

 

 

 

I - il Preludio

L'invito è accolto, pronta la partenza.

Messa un po' in guardia sui rischi e sulle prove, mi lancio a capofitto nell'impresa - io, la viscontessa de Le Rocambole - e degli avvisi me ne scordo presto.

Ci sono prospettive di ripresa e se, nel buio, il corpo soprassalta, mi allineo sorridendo a questa ed altre dimensioni - profonde nel volume e nella pelle - e, quasi leggiadra, transito tra i mondi.

Lo sguardo cerca, dentro e fino in fondo; discernimento e ardore, entrambi intatti, mi scortano e sostengono gli sforzi.

Però non tutto scorre come l'acqua: da fuori, un esile presagio mi intercetta; e tace ma, da più alti ambiti, si appresta a darmi una lezione di equanimità.

Fra tutti, si distingue un cercatore dalle movenze calme, misurate, che evocano altri attori del passato; ma non palesemente, no, non deflagrando, così non me ne accorgo che al momento (improvvido momento benedetto) in cui l'azzardo ormai è già filtrato, attraversando l'aria, dentro me.   

 

 


 

II -  l'Espansione

 

Si accende d'infinito la pazienza nel santuario ovale della notte. Mentre la luce del silenzio vivo si fa cammino tra le idee assopite, si aprono voragini di gioia nelle albe condivise del respiro.  

Impermanente semidio straniero: perché bussi con gli occhi alla porta della mia contemplazione? Avidamente, nascostamente, sempre? Oh, luminosa inebriante quiete che come miele i sensi circuisci, bagliori di cristallo tra le ciglia, fugace immaginifico profilo come irradiante eros, il capo reclinato verso il cuore mentre cammini serio sotto gli archi!

È nuova ed archetipica la danza di mezzi sguardi e intere vibrazioni che allude alla impalpabile ricerca; reciproca astinenza, fuoco indenne, lumi di grazia a riscaldarci il fiato. La scia del nucleo cosmico ci sveglia, attrae le reciproche energie: Scuola-Grande-Scuola, di congruenza non pentita e sana, io sì ti benedico dal profondo del mio innocente scintillante abisso!

Presenza incontrollabile
Distanza insuperabile
Rispetto ineccepibile
Premonizione astratta.
 

Ma tu chi sei, guerriero senza nome e senza voce, sfidante che ti celi tra le nebbie della mente, ti mostri in sogno, mi lasci senza fiato?! Chi sei, gigante, tu, delle mie veglie che lanci pietre e rose sul mio nido dagli umidi bastioni del tuo impero?!

Ti incontro dopo secoli di contaminazioni (né altrove né mai più, ma qui e ora) e mi sorprendo, come se non sapessi, come non ci si fosse dati mai un chiaro appuntamento, come se fosse un caso la adiacenza.

Condividiamo attimi di eterno in mezzo al pio concerto di aneliti e sospiri d'altrui schemi, timido tossicchiare riguardoso, calibrazione minimale al tocco e poi si va, come giaguari in caccia (o immobili cinesi in riva al fosso) insieme a tutti gli altri nostri noi, verso quei dolorosi paradisi d'onniscienza.

Che importa se non sai, se non saremo, se chi non sono non lo sa o non c'è, se ciò che hai non è ciò che vorresti, se chi ci siede accanto non s'accorge: hai risvegliato atomi di gloria nell'esultante spazio del mio petto che torna ad inondarmi di stupore e di adorabili immensi turbamenti (e questo già sarebbe sufficiente, se assecondassi moti menzogneri, per prenotare postume lagnanze, sfibranti geremiadi del rimpianto;  

invece io, che pure nel trascorrere degli anni ho conservato intatta la predisposizione al carpe diem, non cedo al perpetrarsi del mediocre e, spumeggiante, continuo a cavalcare onda e destriero).
Ti incontro ad ogni ora e non ti guardo, ma tu mi cerchi e senti ciò che entrambi non vorremmo mai.

Mi dai ciò che non posso.
Senza toccarmi splendi e mi possiedi.
Da ciò che invento scaturisce un'acqua che non toglie la sete, ma mi tiene. 

 

 

Fig.2: Sigillo dei Templari (guerrieri dello spirito).

Nella definitiva remissione, accolgo la tua forza nel mio regno poi chiudo gli occhi e lascio che si compia ciò che deve e che abbandona l'attimo ruggente in mezzo a inesorabili verdetti - nuance di una follia introspettiva che porta al buono solo se la neghi.

Nel disgregarsi acuto, io mi accetto e tu prendi la porta del deserto; però non so negarmi alla speranza di ritrovarti sulla via del vero nel giorno/mito che ci vedrebbe amanti, senza ambizione, senza attaccamento e nel fecondo stare dell'incontro. 

Chi sceglie? Chi ha creduto? Chi ci invoca?

Sette fiammanti sibilline spade, brandite dal risorgere di Kairós, si piantano dal nulla nel terreno ed io domando a cieche rimostranze di accorgersi che un angelo è caduto.

E adesso che la prassi lancinante ha sciolto anche le impurità, che faccio?

Muoio o dissolvo anch'io, nel vacuo, il morso?

Presto sarai ricordo, sarò vuota.

E non ce lo saremo neanche detti.

Io tollero che il trasognare gridi e che, nell'inquietudine, si spogli. 

 

 

 

 

 III - l'Apoteosi

 

Pressione di sensualità accennata, proibita da più di una promessa, nel viaggio che ci vede Uno e Niente.

Il tuo non è un passaggio: è un'irruzione lentissima e selvaggia nei sacri simulacri di obbedienza, pulsanti ardori muti, guizzanti e fresche estasi frementi che non vedranno aurore né stagioni.

Quest'oggi, tra l'aula magna e il chiostro, concentrica e implacabile sequenza di tormentose vicinanze amabili mi ha riportato nella gioventù - pura gioia, pura verità - e a un passo da quel gesto che avrebbe spento il sole e che, provvidenziale, la consapevolezza mi ha deviato.

Ti ho amato intensamente qualche istante senza toccarti mai poi ti ho lasciato andare, con il coraggio più tenero e sincero, come Siddharta insegna, come la vita vuole.  

Però, all'ora sesta del discorso di questo ottavo giorno di raccolta, il nitido epitaffio d'aurea forma che appa-re ad affrancarmi da futuri e rei deliri d'ombra, sebbene non mi colga impreparata (e benché sia la storia che lo invoca) tocca le mie pupille come sangue.

Avevo appena chiesto aiuto, nel segreto, al Capitano dei Misteri ed ecco: mi raggiunge la risposta - gradita come grandine sul grano ma necessaria, quasi direi perfetta. Autentica d'intenti, dico grazie e lo ripeto per lenire il graffio, ma il nervosismo spara sul profeta e ingiustamente mi risprofonda al grigio.

 

 

 

Fig. 3: Sic unum est (Alchimia).


 

 

 

 

IV -  la Nobiltà

 

A un giorno dalla fine, repentini, si riaprono gli argini del Suono ed io non muovo un passo per cercarti.

Né tu mi insegui, né io ti offro occasione.

E, tra il dolore grato del non fare e il minuetto dei saluti amici, ancora ci lambiamo con i corpi, senza guardarci mai neanche una volta.

Le mani delicate che io vedo giocare con l'anello che ti lega, la voce tua che finalmente ascolto ma che non mi riguarda e che si perde nel segno di un addio, dovuto e magro ma che di integrità ci orna, gentilmente.

Grazie maestro, ciao, sei stato grande. Quei nobili non-gesti sussurrati hanno arricchito il nostro tempo insieme.

Ciò che non siamo stati ci ha protetto.

Ciò che non è accaduto ha del divino.

 

 


Fig. 4: l’Uroboro, “serpens qui caudam devorat”, l'Eterno Ritorno.

 

 

 

V - l'Integrazione

 

Tangibile bellezza d'oltremondo ---

--- aleggia ancora intorno mentre atterro.

Trascendo la retorica del puro e, di ingordigia scosse le mie membra, preparo al peggio distinzione e forma. Sapevo del possibile evocare ma, obnubilata, io provocai la Legge.

Puntualità assassina evolutiva...!

Questo m'insegni, questa è la mia pena.

Ora libero i fiumi del ricordo, mi scuoto dalle nebbie della colpa e torno al fatuo palco e alla mia vita.

 

Sono io, luce e coraggio, dopotutto.

Mi amo totalmente e all'infinito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Postfazione

(o mappa orientativa)

  

Che Madre Natura sia capace di sorprenderci è un fatto, di per sé, né falso né vero.

Essendoci così tanto allontanati, in qualità di umani viandanti, dal cammino delle divine dinamiche primordiali - ed avendo confezionato un modello di "ordine naturale delle cose" certamente arbitrario e quantomeno difettoso - a volte succede che, nel susseguirsi di esistenze e quotidianità, ci si lasci spiazzare dal prevedibile (che tale sarebbe stato se soltanto avessimo riconosciuto e/o usato gli strumenti messici a disposizione dalla Natura stessa, in quanto dea); e succede che lo stupore tenda carnali trappole alle regole auree, che ci si confonda invece di chiarirsi o ci si condanni invece di perdonarsi.

 

Durante un ritiro spirituale, ad esempio, tenuto magari in un santuario millenario o un monastero, ci si aspetta debba accadere ben poco di travolgente, di norma.

Errore fatale. Mai sottovalutare il potere della mente (e le messinscene dell'ego in materia di autosabotaggio). Sebbene i presupposti su cui si basano esperienze di questo tipo abbiano caratteristiche standard e piuttosto definite (precetti a cui attenersi, comportamenti da rispettare, procedure da eseguire, introspezione da esaltare) l'atto stesso di mettersi a guardare in una certa direzione, con un certo metodo, per un certo periodo di tempo, con una certa concentrazione può provocare (e ci si auspica lo faccia) vere e proprie rivoluzioni interiori.

 

Nel caso specifico di un ritiro di meditazione Vipassana della durata media di dieci giorni, nell'intento di non assecondare il lavorio della mente si osserva la seguente condotta:

-      non si legge né si scrive alcunché;

-      non si ascolta la radio né si guarda la tv;

-      non si usa il PC;

-      non si parla, né con se stessi né con altri;

-      non si telefona o chatta (neanche un sms!);

-      niente cibo solido dopo mezzogiorno;

-      non ci si guarda negli occhi con i compagni di ritiro e non ci si saluta, né quando ci si incontra né a tavola;

-      non si canta né si balla;

-      non si pensa, o si progetta, o si fantastica;

-      ci si astiene dal sesso, sia di coppia sia fai-da-te.

 

A digiuno di tutto, nel tacere dei sensi e degli stimoli del mondo e con il precisissimo mirino dell'attenzione puntato verso l'interno, ci si sveglia alle quattro del mattino, ci si ritrova in cinquanta o sessanta persone in una sala e si cominciano ad alternare ore di riposo a ore in cui, seduti per terra o su una sedia, si osserva il proprio respiro, nell'immobilità assoluta, lasciando emergere pensieri, immagini, condizionamenti, ricordi, traumi, esperienze, sovrastrutture, fantasie con l'intento di dissiparli e liberarsene per sempre, raggiungendo così uno stato di gioia totale ed incondizionata. La modalità con cui questi elementi si manifestano, in questa o quella parte del corpo, è di solito attraverso lancinanti dolori ai quali, per via della pratica, non ci si può sottrarre nemmeno con micromovimenti o cambi di posizione, pena l'inefficacia della pratica stessa.

A tutto ciò si aggiunga la frustrazione di scoprire di non essere in grado di mantenere la concentrazione per più di tre secondi, aggrediti da qualsiasi tipo di immagine o suono mentale, infiammati da attaccamenti, avversioni, desideri, insofferenze. In ogni caso, si sta "con quel che c'è" (di solito composto da spasmi, fitte, crampi, punture, contrazioni e analoghi patimenti) in uno stato di presupposta neutralità osservatrice, senza muoversi né parlare né, possibilmente, pensare o giudicarsi o riflettere, solo aspettando (ma non sperando!) che, data la caratteristica di impermanenza che il Buddha attribuisce ad ogni cosa, "quel che c'è" si dissolva e il dolore passi, liberandoci.

 

Bel quadretto, vero? Impegnativo, se non altro.  Pertanto chi mai, in un simile contesto e con tali consegne di cui occuparsi, riuscirebbe a trovare il tempo di innamorarsi appassionatamente di una idea-individuo testé apparsa?

Chi, tra un crampo assurdo e un ricordo maledetto, potrebbe elaborare soavi formule danzanti intorno al nulla? Chi, chi mai saprebbe far posto, tra le sfiancanti peripezie psicopatologiche del dramma incarnato, anche alle cento fantasie della grazia e della passione per uno che sta lì ma non ti guarda, non ti parla, non ti tocca, uno di cui non sai nulla, neanche il nome, a cui non puoi rivolgere né una parola né uno sguardo, uno che c'è e non c'è, che non hai mai visto e che non vedrai mai più?

Chi?! Ma la sottoscritta, naturalmente!

Questo sì che è nel mio "ordine naturale delle cose": indagare l'imponderabile e tagliare col filo d'acciaio del sogno ogni parvenza di omologazione, reticente incorreggibile (ma corretta) a ogni pronostico o sequenza, senza traccia di pentimento alcuno, un po' patendo la distrazione derivante, però, benché di amata distrazione tratterebbesi.

 

Ero stata preventivamente avvisata circa le insidie delle minuzie destabilizzanti (in un’oasi di silenzio pressoché integrale, anche un transitare di formica crea ciclopici echi) ma non avevo come al solito prestato troppa attenzione all'avvertimento. Nonostante l'aspetto in parte molesto delle istanze suddette, mi sono comunque divertita ad osservare le evoluzioni della mia cara mente messa alle corde (che cosa non saprebbe mai inventarsi, la tapina, pur di avere qualcosa da masticare!) ed ho imparato tantissimo da tutto questo non agire fremente, assolvendomi alla fine in modo plenario da qualsiasi scandalo o mancanza di coerenza e tornando al "solito" mondo senza troppa difficoltà (benché di malavoglia).

Inoltre, non finirò mai di ringraziare chi/cosa ha messo sulla mia strada un'esperienza talmente ricca, viva e straordinaria da sentire l'imperiosa esigenza di condividerla. Il "racconto poetico" qui narrato, infatti, è la cronistoria-meraviglia delle voci e dei tumulti accesi nel mio petto dal pretesto di uno sguardo, in quel lieve minuetto di assenza-presenza che mi prese, sorprese, accese, difese e mi fece persino comprendere il sentire doloramabile di Dante (benché la mia "Beatrice" avesse tricipiti da urlo e movenze da ghepardo celate sotto il diplomatico blu dei suoi maglioncini) e che mi trasportò in un eterno presente tanto etereo e sublime quanto vivo e sensuale.

 

Piena di gratitudine, mi alleno dunque nel lasciar andare e offro, a chi avrà la sorte di imbattersi in questo scritto, la testimonianza del mio singolare step evolutivo, ricamata con parole che forse non sapranno rendere bene l'idea - poiché certe cose non si possono spiegare - ma che io spero possano suscitare qualche impressione di luce o leggerezza, riconsegnando il lettore, anche solo per un istante, a quella condizione governata da "divine dinamiche primordiali" a cui tutti, più o meno consapevolmente, sogniamo di fare ritorno.

 

Buon viaggio.
 
~ ♥ ~
 

Postilla alla postfazione

 

A causa della mia insofferenza, come lettrice, alle prefazioni interpretative che convogliano i significati e sfumano la gioia e l'avventura, ho scelto di inserire queste note illustrative a fine testo, per lasciare a chi legge il gusto dell'incontro personale con il potere evocativo della narrazione - senza cioè preamboli o percorsi obbligati. 

 

Prima si vive, dopo si ragiona.