Mi tenta la finta del tonto, ma mica poi tanto.
Se intento lo stare distante, si sente ma poco mi importa se, al piatto del gioco, chi perde è solo la mia dignità già alle corde.
Fluiscono indietro i rimbrotti del paracadute, avulsi da schemi e sconfitte si infilano altrove, s’aggrappano al chiodo del pavido inganno e sputano sangue blasfemo sul filo del giogo, seguendo l’impronta del mago.
Adeste, fidelis marrani! Lavatevi mani e mugugni, l’angelico rostro coprite di seta pesante e amate l’assente com’io nel mio timido imbroglio già faccio, supina e gaudente di sbieco, di fosco ed effimero e cieco vestita; si inviti la vita svitata a parlare di sé se dalla penultima volta la vite è cambiata e d’uva divina non pigia gli aciduli chicchi; se giù nella vigna la chioccia ha già schiuso il pulcino di un bacio monello e birbante, di un cuore cantante, ripasso di un bel tenerone che sa di carbone.
Sospetti non visti, equivoci d’ocra ed indizi temuti: qui no, né domani, e toglimi gli occhi di dosso, vorrei ma non posso, ci vede il pinguino, ci scopre la stecca, la colpa infarina i ladroni. Mugnaia di quattro stagioni mi sta sui coglioni, piedoni da circo sull’erba del bosco ritratto, lo schiocco scarlatto di un’anima in pena e di brame scorrette ripiena di voglie e di luna, s’arrampica sullo steccato per non stramazzare d’un botto sul cupo e distratto selciato dipinto di pianto annunciato.
Azzèra la vista una nube di tossico ardore, la botte dell’oste è nell’orto e al canto del gallo più esperto s’è aperta la spina di legno di rosa bambina e sono colate dal buco del tino le liriche più indemoniate; così, tra parole salate e rincorse d’infanzia assopite, s’è accesa la lite ~ s’è spenta la fiamma ~ dal cielo la manna di un tacito accordo non venne. La chioccia s’è persa, le penne son d’oro, ritiro la lira e depongo un “ti adoro” sui suoi bei ricordi alienati.
I fasti traditi dal dubbio, il figlio del re che sta fuori dal coro di gemma e di giada tesoro ~ m’attizzano e supero regole e dogmi fingendomi pazza, ma solo per racimolare uno straccio di amico ficcante, part-time deprimente ma meglio di un vuoto alienante, del niente.
Le trombe dal dio del castello suonate m’invitano ardite al replay dell’assurdo. M’ammazzo di già di ricordo, fintanto che posso gioire al pensiero che ancora non vero m’appare.
Ti vengo a cercare. Tu lasciami fare.
Saremo felici un istante di splendido e triste presente.
Se intento lo stare distante, si sente ma poco mi importa se, al piatto del gioco, chi perde è solo la mia dignità già alle corde.
Fluiscono indietro i rimbrotti del paracadute, avulsi da schemi e sconfitte si infilano altrove, s’aggrappano al chiodo del pavido inganno e sputano sangue blasfemo sul filo del giogo, seguendo l’impronta del mago.
Adeste, fidelis marrani! Lavatevi mani e mugugni, l’angelico rostro coprite di seta pesante e amate l’assente com’io nel mio timido imbroglio già faccio, supina e gaudente di sbieco, di fosco ed effimero e cieco vestita; si inviti la vita svitata a parlare di sé se dalla penultima volta la vite è cambiata e d’uva divina non pigia gli aciduli chicchi; se giù nella vigna la chioccia ha già schiuso il pulcino di un bacio monello e birbante, di un cuore cantante, ripasso di un bel tenerone che sa di carbone.
Sospetti non visti, equivoci d’ocra ed indizi temuti: qui no, né domani, e toglimi gli occhi di dosso, vorrei ma non posso, ci vede il pinguino, ci scopre la stecca, la colpa infarina i ladroni. Mugnaia di quattro stagioni mi sta sui coglioni, piedoni da circo sull’erba del bosco ritratto, lo schiocco scarlatto di un’anima in pena e di brame scorrette ripiena di voglie e di luna, s’arrampica sullo steccato per non stramazzare d’un botto sul cupo e distratto selciato dipinto di pianto annunciato.
Azzèra la vista una nube di tossico ardore, la botte dell’oste è nell’orto e al canto del gallo più esperto s’è aperta la spina di legno di rosa bambina e sono colate dal buco del tino le liriche più indemoniate; così, tra parole salate e rincorse d’infanzia assopite, s’è accesa la lite ~ s’è spenta la fiamma ~ dal cielo la manna di un tacito accordo non venne. La chioccia s’è persa, le penne son d’oro, ritiro la lira e depongo un “ti adoro” sui suoi bei ricordi alienati.
I fasti traditi dal dubbio, il figlio del re che sta fuori dal coro di gemma e di giada tesoro ~ m’attizzano e supero regole e dogmi fingendomi pazza, ma solo per racimolare uno straccio di amico ficcante, part-time deprimente ma meglio di un vuoto alienante, del niente.
Le trombe dal dio del castello suonate m’invitano ardite al replay dell’assurdo. M’ammazzo di già di ricordo, fintanto che posso gioire al pensiero che ancora non vero m’appare.
Ti vengo a cercare. Tu lasciami fare.
Saremo felici un istante di splendido e triste presente.