Ancora tu?

 
Malinconica asserzione non m’invita a filantropa missione, rivestita d’eccezione per la causa ormai tradita; una pausa alla canzone, poi riprende la sbiadita esecuzione del rimorso.
Voglio chiedere il rimborso delle cose che ho perduto e che il pavido saluto frettoloso di un moroso mentecatto mi ha sottratto.

Questo è il fatto: sono entrata di soppiatto, ma di getto, nella Casa degli Errori che i suoi orridi tesori mi ha concesso come prestito infingardo e maledetto, vuoto a rendere a dispetto di chi un guitto subentrante non lo vuole, di chi stende un sogno azzurro al giallo sole e reclama le parole già annunciate, le ginestre già odorate, i fuochi accesi ~ che si spensero sorpresi al fischiar del forte vento di scontento che andò, insieme al movimento di quel suo allontanamento, nel ricordo.

Fuggo e mordo, ma non cedo al perpetrarsi del ricatto, all’indomito, al già detto, all’incognito sospetto che germoglia dentro il letto del viveur di Caporetto. Beh, lo ammetto, c’ero anch’io a sposar speranze vane con le prime settimane di indecenza, a vestire d’ignoranza i primi indizi del laconico tormento del virtuale tradimento che virtuale poi non fu: c’era un bacio, c’era un fiore, c’era quello che il poeta chiama amore… poi, d’un tratto, quell’amore non c’è più: l’hai preso tu?

Oramai non ha importanza perché poi ~ da quell’assenza ~ venne a galla la presenza che mi indusse alla partenza e la sentenza è presto emessa: la papessa ha perso il trono, la promessa del perdono si scontrò con i suoi no.
E non lo so, perché o percome, frigge ancora ~ col suo nome ~ l’amarezza del suo gesto, nei miei giorni, nei miei tramestii eterni di lagnanze ripercorse da pensieri sempre uguali ed indefessi, come avessi qualche antenna per captare le figure di un passato traditore.

La memoria non mi inganna e quel suo nome non accenna ad arretrare, si fa strenna, si fa odiare, si fa quello che gli pare ma non muore.

Che dolore.