Andemo a ciassizar puti galanti...

 
Ma chissà mai perché stanotte il cuore, apatico e scontento, ripristina un sorriso e inonda il vento di quiete e di beltà semi assopite, rimanda dipartite decisive, ascolta e muore di mesta ignoranza, assorbe l’incoerenza e spera in bene, le pene a cuccia, il canto azzurro e sciolto, il volto denso, i morbidi pensieri aggiustano di ieri l’impazienza, ma senza tolleranza.


Non si danza ma c’è nell’aria un quieto vagolare di rondini e rugiade ormai compiute, tristezze risapute van cedendo il passo al re del tango ed impedendo ad un concetto errante di inquinare la calma riacquisita van piangendo nell’ombra il loro insoddisfatto amplesso.
Il cielo brilla adesso di luna e di camelie denutrite il torbido riflesso il cuore inganna.
Sarà per sempre notte, sarà aurora?
La metrica si bea di quest’invito, dimora nel crepuscolo infinito un malcelato ardore che ritorna, la cavallina storna che ~ raminga ~ cede al delitto riluttante il passo.
L’epilogo è lo stesso: odore addosso, e il gas del fiato spesso non filtra che parole sottopeso, adeguamento al mito del possesso dilaniato dallo stesso disperato altrui processo che non posso adesso ricapitolare. Il vecchio e il mare e la pineta rosa, la mente non riposa, l’ansia è greve e disilluso resta intatto il podio, lezzo di zolfo e iodio tra i rifiuti, il plancton non mi nutre e lo risputo, l’impaccio di un saluto che appeso resta muto, sogno offeso, addio ripreso e caro a più soggetti.

Parole come gangli holliwoodiani, che sfidano il silenzio della sera.
La mia ignoranza spera di tessere la trama e poi l’ordito di nuovi paradisi, custodi della fiamma e del pulito.

Abbracciami amor mio, che adesso è l’ora.
Ti ascolto, e il tuo silenzio mi innamora.