Se c'era una volta e ormai non c'è più, non lo so. Ma estinguono dubbi e scommesse le fronde del tempo e il ricordo di me che non mordo perché non ho il pane che voglio. Se questo è un racconto o un abbaglio, lo dicano i saggi: gli dèi incontrastati di interni fraseggi non sanno risolversi al sano modello grammatico e bello di una narrazione comune; spiritoso, il mio nume si lascia incantare dagli esametri d'uso trascorso: l'alpestre concorso mi ha chiesto e invitato col numero dell'infinito ed io, per redimere vecchie stagioni ed odierne tristezze, recupero certe carezze verbali che un dito errabondo su nera tastiera ha dato alla luce un secolo fa e ne faccio un racconto.
Vivevo in Germania, cercavo la musica e un
senso, mi avevano ottuso e sfiancato malíe da salotto e amanti alemanni col
botto, finestre su regole d'oro, miraggi e decoro[1]:
in una serata di troppo, i cento consigli prudenti di amici e parenti mi
diedero noia, facendo l'effetto dei cachi immaturi sui denti...
Così cominciai a raccontarmi a me stessa ed
un ritmo di frasi al galoppo, incedere zoppo e bambino, fece capolino per
rendere il tutto più lieve. A Lichtenberg c'era la neve ma io, che
guardavo all'altrove, giocavo con ritmiche nuove di eterna bellezza, lanciandomi
in questa scritturavventura che dava un'ebbrezza tra il neurormonale e il
sorriso, tra il mite e l'acceso. Quell'incipit che mi deflagrava davanti
parlava dal numero caro[2] e,
seppur ignorando il mistero che me lo ha rimesso d'attorno, di nuovo ne piango
e ne rido e, visti i dettami del lirico gioco, ora e qui, condivido .
È l’urlo del povero aedo che un sordo entourage rese nudo: col cuore e col sé, ve lo affido.
~ ♥ ~
Ottocentoottomila
discorsi, otto domande.
Ottantotto
milioni di donne.
A
ripetere tempi e danzanti stagioni ritorno bambina, accesa di dubbi e scomposta
di pianti improvvisi, miscellanea di toni mediati, di gorghi passati; si
presentano tenui e infingardi ~ non ricordo di averli chiamati.
(Se Don Carlo[3] potesse vedere... Ora gioco con ritmi e parole così come lui ci chiedeva di fare e non trovo fatica a cercare ~ se c’è chi lo vuole ~ le rime.)
Mi
preparo e rinchiudo il mio sé in un sonno beato: il computer ha steso e
asciugato il mio karma. Io mi lego a una
firma che un vile guerriero m’appose, tra mazzi bugiardi di rose e di fughe
inattese, e affido a Morfeo i bisogni e le offese, con morbida fretta.
Il
cuscino mi aspetta.
(Dadudì dada di dadadera: il silenzio mi ha vinto stasera. Il messaggio non c'era. Ma speranze mi cùcion le mani: non venne stasera, chissà se domani.)
¡Oh,
poeta[4]!
Compaesano di un tempo lontano che il prof. di italiano voleva spiegare in un
modo diverso che non capivamo: ¡adesso ti amo!
Adesso
capisco il tuo gioco, riposo tra campi e filari di sogno, la stalla, la notte,
ricordi inconcreti, acustiche e forti le casse del verbo incarnato.
Dov'è
la mia casa, dov'è il mio bambino? Mistero crudele, delitto, assassino. Parole
che stridono e giaccio su letti stranieri. Nonsensi
dorati e nemmeno capisco il mio ieri. Anemoni
gialli strappati da vecchie canzoni che niuno ascoltò. La
luna. Il falò.
L'asilo e le rate, l'oblò che mi ruba i calzini, la spesa del super, il cane al guinzaglio, la spider coi woofers[5]: chi è che mi vuole in galera? La vita o la gente? L'amore lo voglio, ma non col collare: suggello gli accordi con baci di giada e purezza e non con contratti d'asfittico eterno sentore.
Chi mi dice in errore non sa dove inizia la mia eternità.
E anche fosse uno sbaglio? Non sarà certo peggio di quello del credere ancora alle vuote lusinghe del mediatico enfatico imbroglio[6]! Mi procura un solenne sbadiglio lo starli a sentire, mi danneggia l'umore.
(E non dirmi che questo è cantare! Non mi dire che questa è poesia, non dirlo, ti prego! Dell’arte la rima non si fa garante se il lirico fuoco ne è assente. Non basta cantare intonato, ci vuole anche il fiato.)
Ma ancora dal crollo di miti e passioni mi posso salvare e, senza pensare più a niente mi imbarco all'istante in vicende di terra e di mare sfidando la sorte, come una che parte ~ gli abissi ed il vento del Sud a sfidare. Ci devo provare[7].
Compongo
col fango un fantoccio in odore di tango e rimango a guardarlo e dipingo, con
le ali del poi, i suoi passi nell'aria. Da San Telmo una voce mi chiama: amici
di ignoti percorsi indiretti, ottoni di bande sperdute e stridenti; sedute tra
fiori di carta nonnine vestite con l'arcobaleno...
Mi
incanto al pensiero. Mi
perdo tra il vero e il sognato. Tra il tempo e il passato.
Di
fiamma e coraggio mi svesto per colpa di un biondo imprevisto che non sa
neppure di aver posseduto per anni la chiave dei miei desideri. Appendo
l'effimero al muro, l'impavido al chiodo, gli stracci li tengo per le
imbottiture e mi lascio irretire da nuove avventure, per fare qualcosa.
Son
figlia d'alpino e il vago mi pesa.
Mi
soffoca l'arte inespressa: se il mondo non l'ode, mi preme sul petto e mi sento
morire di dentro di inutilità.
Vi
prego, chiedete le mie prestazioni, vogliate concerti, poemi, creazioni!
Mi sento morire di dentro e di fuori nessuno lo vede, il buio mi invade, il piatto
né ride né gode contento, mi sto consumando di inattività, mi sto lacerando di
non espressione.
Se non vi raggiungo al più presto, se non
posso farvi assaggiare il mio cuore ~ ¡oh, Signore! ~ ed il resto, la vita non
vale.
Il nulla fa male.
[1] Superstite pressoché indenne da anni di birra e merengue, mi aveva spiazzato il passaggio da denso latino furore a spoglia germanica asprezza: il corpo lanciava segnali di dubbi e stanchezza, cercavo di ricompensarmi col canto ma già cominciava la nebbia dei fumi di etilico ardore a lasciare spiragli. Quelle che mi eran parse leggende, eran sbagli?
[2] Io son già da tempo una fervida amante dell'aulica cifra volante.
[3] Un prof. d'italiano della scuola media che dalla sua altissima sedia invitava a conoscere i classici e a sperimentare. Aveva un cognome profetico (il mio) e un lavoro inadatto che non sopportò: fu prete, ma poi si spretò.
[4] È Pavese - Piemonte che scrive - che nel suo fraseggiare a colori su liriche e prose ispirava il mio prof. a far luce su certe destrezze (non fini a sé stesse) e che io non riuscivo a emulare. Non riuscivo a cantare. Dopo più di vent'anni riappare da sé e mi fa ricordare.
[5] Se al vate stancava il lavoro, il sudare, a me fanno orrore i clichés della coppia a sfondo nuziale. Mi critica il pio parentado perché a quell'altare compita e abbinata non vado: lo fanno passar da difetto, aver libero il letto.
[6]Se al resto aggiungiamo l'infertile show di Sanremo - a cui non ho accesso - il quadro, già prima pesante, si è fatto visione mostruosa, ammazzante.
[7] E ritorna come via di fuga un vascello fantasma a rapirmi, la droga di un tempo pirata in cui son vissuta e a cui tutto quanto di me vuol tornare: quell'atlantico gap che separa il mio cuore dal tango, la mia arte che spara bellezza - ondeggiando sui flutti - e che conquista tutti!