Merinophilia ~ La lettera


 

 

Cara Alda, la notte è appena nata ed io ti scrivo. 

Mi lascerò alle spalle tutta questa parodia pandemica intermittente assassina e lancerò i miei messaggi all’oltremondo dove tu dimori. Non ho mai scritto a un’anima e neanche a Dio, ma tu mi chiami così forte che, non fosse altro che per metterti a tacere, ci devo almeno provare.

Sembianze non profetiche ti donano fisionomia inflessibile ma lieve: io farò salpare le musiche dell’estro e capterò segnali dal profondo.

 

Partiamo dallo zero umido di quell’autunno: ti scopro, mi scuso, accendo mille sguardi per impietosire il vento, forse ho troppe meraviglie da sondare e non riusciamo a domandarci di più. Ma luci in diagonale si spogliano di favole per rischiarare il varco fino al seme più prezioso ed io ricordo una vetrina di tram dipinti a mano 

    – perché di sfiorarti soltanto, mi è stato concesso il dono.

Le Cronache Ambrosiane parlano di una chiamata che mi è costato anni interpretare ma a cui ora ho risposto, inginocchiandomi come un templare di fronte a un dio, nel mattino dell’investitura.         
Se questo è il mio battesimo di guerra, purifichiamoci da ogni intromissione e diamo voce al nostro canto nudo con atavico vigore.

La tua spada, il tuo sigillo, mi ornano di chimere e mi invitano a cercare.

Sono un’ancella incolta ma spigliata: onorerò il tuo karma, te lo giuro.


Mentre ti cerco, indago e non so darmi pace, scavalco giorno e notte i tuoi tre ponti e intanto mia zia, suppongo per dimenticarsi di sé, brevetta la minestra spaziale per i suoi speculari nipotini.
Nel rincorrersi diafano dei piccioni, il Naviglio Grande mostra iridate sinapsi di percalle, quella crepuscolare elegia che ti ha fatto rinascere a te stessa e che, a rigor di logica, dovrebbe tenermi lontana 

    
– perché io ho una parte d’anima mediterrannea e canto e sole e leggerezza sì, ma del dolore, grazie, ne faccio anche a meno (benché non mi sottragga, se si presenta: sto di fronte).(1)

 

Ne abbiamo, tuttavia, di istanze che ci mischiano:

-     Ossimori col sotto-testo
-     Fiori a scacchi dalle corolle elettriche
-     Metri di spionaggio inconcludente e sussurrato

-     Destini fragranti di pane e poesia

-     Barboni instabili

-     Casseforti e insenature

-     Nei.

 

La carnalità bellicosa e austera, figlia di fragili voli, in odor di Lombardia: ce l’ho.

Gli antenati nobili diseredati perché, tra le brioches classiste e la polenta dal mestolo forato, optarono per la seconda (e con tutti i buchi): ce l’ho.

Madre che si nascondeva sotto i salici del giardino della clinica psichiatrica perché aveva paura dei pazzi che la puntavano minacciosi: ce l’ho.

Padre pragmatico che non concepiva né tantomeno promuoveva le velleità poetiche (ma neppure quelle accademiche omnia in omnibus): ce l’ho.

L’angusta vampa impudica del fraintendimento erotico, che ti fa amare come una murena chi non ti ritiene degna, o ti sa insignificante, o fugge #perchépoimagariboh: ce l’ho.

Euterpe che strattona e orchestra incanti per far precipitare, loro malgrado, ignari aedi nel quasi ascetico e luminescente archetipo: ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho. 

 

Poi non mi vengano a dire che non sono esplicita!

Io lo sono, anzichenò, nel modo che mi garba o che solo mi è possibile: macchinando, lasciandomi sorprendere da formidabili congiunture neurormonali, tralasciando il senso logico o un qualsivoglia messaggio pedagogico. Così. Io mi esplicito, nebulosa. Concentrata ma diffusa, con un centro che emana luce(2) e un ambito nominale indefinito, fenomeno esistenziale in cerca di un assetto, di un effetto, di un affetto.

 

Tu potresti anche non dirmelo, ma io lo saprei lo stesso.

Non ho bisogno di studiarti: io ti so.

Ti so perché mi riconosco, perché annuire ad ogni o quasi frase mi rende noto il celestial tormento che vede te e me confusamente alle prese col migrare verso quei lidi, ignoti ai più, che fanno di una vita una baraonda.

Accendine un’altra, io ti sto a guardare.

 

Nella penombra di queste considerazioni, mi sono pure chiesta: ti sono mai mancati, i denti? Hai mai provato una mezza ignominia di stranezze pensando che, con una bocca integra, avresti morso più di un pomo d’oro?

Chi sa se quell’andirivieni di entusiasti amanti che ci manca, e che mitizziamo con gerundiva flemma dallo scrittoio del mezzogiorno acceso, sia il risultato di un’incertezza ad archi e strali?

Tutti gli amanti che ci meriteremmo, per il semplice fatto di esser belle.

Chissà se alla radice di un’esclusione immemore stiano o meno endogene titubanze d’appendice, tipo: nessun principe per chi non ha corona, spolpata la speranza da negligenze andate inopportune?

Recupero gli intenti e accendo il gas ma, di miracoli – per ora – neanche l’ombra.

E dire che ci ho pure scritto un libro, sul grande odonto-ingrato amore della mia vita! Il Piave che gorgogliava pie sentenze esantematiche ma la tanguera urlava, con la rabbia delle utopie negate.

A volte ho preso anch’io amanti in fuga ad ombrellate, tuttavia il caso non punì l’intemperanza, la sorte non mi volle prigioniera – forse perché ad altre missioni designata.

 

Comunque Andrea non è stato l’unico, tra i pretendenti andati, a sentirsi invisibile di fronte a tanto slancio di sentimenti (spesso camuffato, devo ammettere, da veemente sbando).

Anche Fritz, l’austriaco equo e solidale col suo rituale cicchetto di amaro Ramazzotti post-amplesso, mi liquidò con un “tu sei troppo per me” (che non è altrettanto stomachevole di un “tu meriti di meglio”, ma quasi).

Anche l’organista monferrino si dovette far dire dal suo guru quanto distacco avrebbe dovuto metterci tra i nostri sessi, al fine di operare stregonerie al meglio.

Anche il rappresentante di macchine fotografiche veronesi(3), si fece piccolo e codardo quando fu il momento di guardare in faccia l’avvenire.

E il tornitore australe? Il top dell’inconcludenza sibillina: sette mesi di lockdown in combinata, senza poter capire se ha o no una lingua.

 

Degli altri seducenti farabutti a cui ho prestato il cuore, nemmeno ti racconto.

Forse verrà il momento, forse no.

In fondo, nell’oblio integrale c’è la salvezza del prossimo aspirante giocoliere.

Rimane il fatto che, più ti dài, ti mostri e ci sei, più essi s’affrettano a manifestare quel fenomeno che al giorno d’oggi va di moda chiamare - - - distanziamento.

Loro non ci credono, Alda, non credono a noi quando, a cascata inesauribile e gioconda, riversiamo loro in grembo eoni di sentimento escatologico, fiamme di gloria, verbi e congiunture lancinanti, sognanti fronde, idolatrie asintomatiche e furenti.

Non credono alla fortuna dorata che li investe, al fatto che a noi basti il poter dire.

La prorompente adorazione che mostriamo e vogliamo loro offrire ha, per quei pavidi, un nonsoché di sinistro. Sospettano sia un ricatto a lungo raggio e che, prima o poi, noi si presenti loro un conto che non saranno mai in grado non solo di pagare ma neppure di assimilare o intendere.

Dolo o mancanza? Mi sono brevi i giorni per rispondere.

 

Ma dimmi di te: che fai lassù tra gli angeli? 

O sei laggiù tra i diavoli?

O sei già ormai soltanto un’effusione estatica nel limbo sconfinato dei poeti?

Come passi il tuo tempo, o ne sei fuori?

E in che spazio ti muovi, o sei ovunque?

Hai chiesto a Dio il perché di tutto quanto? 

O non c’è un tutto, né tantomeno un quanto?

 

Oggi sono stata rapita, nessuno pagherà il riscatto dunque potrei anche rimpiangerti un po’ di meno.

Mi avvicino a tentoni all’altare del commiato dal palcoscenico. Per fortuna non lo trovo. Sono scesa fino ai bordi del fiume con l’antinomico argentino: non ha ancora il coraggio di spingersi più in là di un’intenzione ma il mio campanello ha suonato, per sé stesso, e il mio cuore ne ha provato refrigerio.

Ritornata sui miei passi, ho scritto qualche cosa sulla sabbia e l’ho inventato.

Ad ogni modo, anzi, in nessun modo abbiamo speso bene i nostri spiccioli di cielo, fuori da questa gabbia delirante di complotti e burocrazie a strati, dentro il casto abbraccio litoraneo del dio Po; lui mi ha preso la mano ma io non ho sfiorato che l’aria, e la birra ci rendeva sconvenienti, e il pescatore ci sembrava un mezzo alieno coi pretesti.

Il tornitore australe e le sue bugie superflue... mi hanno riacceso una sciocchezza in corpo ma, a dirla tutta, non la vorrei incarnare, non per adesso, comunque, non con lui.

(La bugia però la dico anch’io, mi sa, se la mosca-blitz mi costerna il padiglione destro, come un suggerimento disadattato, come un’aquila stridente che parcheggia pigramente sul comò del dissidente(4)).

 

Cionondimeno, non mi spavento affatto di queste nuove fatiche a schermaglia col sudamericano.

Ci siamo viste scrivere ben altre prosodie, io e la Vai, guerriere dell’infinito arrabattarsi: ora mi permetto il riposo dalla logica aspettativa e passeggio con la mente nelle cave di ghiaia: quando eravamo molto più piccoli, Alberto mi pubblicava le poesie su dei cartoncini rossi lucidi e i compagni di classe ci tenevano a distanza perché le nostre conversazioni, non comuni in bocca a bambini di otto anni, producevano un timore reverenziale che loro credo scambiassero per disprezzo, perché non erano avvezzi all’aria rarefatta d’altitudine.

Alberto adesso è un affermato industriale dal chiaro futuro, io qualcosa tipo una poetessa strampalata e celestina con trascorsi turbolenti. Lui entrepreneur; io, al massimo, entraîneuse. Mi spettino ancora un po’, per farlo contento, poi però mi dovrò decidere a concedergli almeno un valzer.

Sì, credo proprio che un valzerino sì. Il tango, no. Quello lo tengo per il mio amante breve, idilliaco e feroce che costruisco giorno dopo giorno tra le cose. Una mezza paura di non incontrarlo mai, da qualche parte c’è e si fa sentire. Ma io la ignoro, altrimenti non giocherei più. L’altra mezza paura è quella di incontrarlo davvero e non sapere che fare.

Nel dubbio, piloto i miei giannizzeri del sogno a mio piacere e piacimento, finché non capirò da che parte devo girami per vederlo arrivare.

 

Mia cara Alda, eppure brucia e te lo devo dire: quel nano male assemblato oggi mi ha detto che, lui, una storia vera la vuole solo con una donna ricca.

Io gli ho fatto capire, con giri di parole, che Titano doveva essere certo meno barbone di lui.

Forse avrei dovuto girare di meno.

Forse le buone maniere avvizziscono in mano a una furia alpestre come me e non è certo con una diplomazia raffazzonata che faremo scintillare il nostro ipse dixit.

Se ci ritorneremo, al fiume e sul discorso, farò del mio meglio per essere più cruda.

 

Di' un po, ma lo sai che ho scritto al Casiraghy, al Nuti, alla Brignotti? Sono amici tuoi, volevo respirarti un po’ attraverso loro, fare incetta di aneddoti e di gesti, o posti, o guizzi. li ho molestati col mio strascico di ardimento intempestivo, credo. 

Non hanno ancora risposto, forse sono gelosi, forse non vogliono ci si intrometta nel ricordo, ti custodiscono come incanto o gemma e non si rendono conto che nessuno ti potrà mai rubare e men che meno io, che ti assomiglio come il gatto al leone.

Non sanno o non considerano che il tuo regalo sarà più eterno condividendoti perché, al condividerti, tu non riduci il carico, tu raddoppi, non svanisci, sei l’abbondanza, la ri-creazione e, finché si parlerà o si scriverà di te, tu non morirai.
Tu, mia cara dea, non sei mai morta e mai potrai morire.

In ogni caso li capisco giacché, vittima della smania di dettagli, ho scritto a tutti quelli che ti han avuto intorno; qualcuno mi ha anche risposto ma non si tratta di contingenza risolutiva: è dentro di me, lo so, che devo andare a perdermi per trovarti.

 

Ti inseguo e ti ho nel sangue 

    – e mi sorprendo, ma è come tornare a casa ad ogni verso.

Ti accolgo e dico ‘vieni’ 

    –  ma ‘vieni’ dove, se ci sei sempre stata?!

 

Mia madre ha fatto a pezzi l’innocenza e sopportato nove elettroshock, ma non ricorda molto di quel ciclo; solo tanta paura, l’isolamento, la confusione dolorosa, l’assenza di un marito irresoluto e di una figlioletta abbandonata.

Con il tuo esporti al mondo, amica mia, con quel tuo canto nudo di lieve dignità fatta poema, tu ci hai restituito un po’ di vita, un po’ d’amore. Io ho ri-conosciuto mia madre, mi sono incontrata un po’ di più con lei, con te e con le mie stesse esperienze scongiurate.

Parlarne, senza accenti o visibilio, ci ha parlato. Bisogna raccontare, farsi strada e prospettiva, intridersi di nottiluche eccentriche menzioni, certo patire un po’ ma spendersi

    – per vincersi, nel vero, insieme agli altri.

 

E, finalmente, tu. Nel mio qui e ora rimuginato appari a tratti, come misantropa musa sderenata dagli avvicendamenti deflagranti di un passaggio terreno non conforme. Mi fai il solletico e mi rifletti intorno un’indecenza.

Nel gioco degli specchi al luna-park, non ci entrerei nemmeno per scommessa: ho già il mio bel da fare a discernere quello giusto tra l’accozzaglia di miraggi che ad ogni istante mi ingarbuglia il vivere. Ci mancherebbe pure l’intenzionalità! Andarmeli a cercare, i guai del caos!

Ave María purísima, non farmici pensare.

 

Lo stesso mi domando se il richiamo di cui fremo c’è stato davvero o se me lo sono inventato 

    – e, nel caso, se farebbe qualche differenza.

Io credo di intuire che c’è un laccio, un’assonanza quasi commossa e strana che mi avviluppa al tuo presentimento, ma non ci giurerei.

Lascio si alzi la notte sui miei dubbi. Se è vero che ci sei, non me lo dire: trasudo luna e sangue dall'attesa, mi intossico di ardore cento idee e non respiro – dovesse il fiato mio, casomai, svanirti.

Mi guardo di nascosto dentro il tempo e mi conosco, ma non so chi sono.

Se è vero che ci sei, noi parleremo.

E, dalla notte, si aprirà un sorriso.

 

 

 

 

G.

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Spesso ci mette un po’ ad attutirsi.
[2]
Da dove? Per chi? Non è dato sapere.
[3]
Il “mostro” di Lazise che sognai prima di conoscere.
[4]
Credo fossero civette – ma l’aquila, come metafora, è più efficace.